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Si può “fotografare” il complesso della Calvana come un crinale di una ventina di chilometri che si distacca dall’Appennino tosco-emiliano, lungo il quale troviamo nell’ordine le cime di m. Cuccoli, m. Maggiore (916 m.s.l.m, l’altezza massima del complesso), m. Cantagrilli, la cima della Retaia e infine poggio Castiglione, le cui brulle pendici  affondano nella piana fiorentina, all’altezza di Prato.

La storia della Calvana ha inizio molti milioni di anni or sono, alla fine dell’era Mesozoica, con il lento depositarsi di sedimenti in un punto ben lontano dall’attuale ubicazione, probabilmente tra la Corsica e la Sardegna; comincerà ad assumere la forma che conosciamo a partire dall’Eocene medio, circa 50 milioni d’anni più tardi, per diventare quel che oggi vediamo solo intorno alla metà del Miocene, ossia 12 milioni d’anni fa.

Nel più recente lasso temporale della sua esistenza il complesso dei monti della Calvana è stato vissuto da tutte le civiltà che si sono susseguite nel tempo, lasciando tracce evidenti del loro passaggio. Queste “memorie” affondano le proprie radici molto indietro nella storia dell’uomo e partendo dagli albori risalgono la scala temporale fino al periodo degli Etruschi, dall’VIII secolo a.C., per proseguire con i Romani all’incirca dal I secolo a.C. e per finire con le più recenti, che qualcuno ancora può ascoltare dalla voce di chi le ha vissute: la civiltà contadina del secolo appena passato, il periodo delle Guerre e la Resistenza partigiana. E nella guerra o nella pace la Calvana è sempre stata provvigione di cibo, baluardo di difesa, fonte di lavoro, luogo di culto, dimora sicura, campo di battaglia, rifugio protetto per tutte le civiltà, i popoli o i singoli individui che ne hanno apprezzato la maestosità.


 
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